Il lato nascosto della paura di riuscire
Ci sono momenti in cui tutto sembra andare nella direzione giusta. Un progetto prende forma, una relazione cresce, un’opportunità si avvicina. E proprio lì, a un passo dal cambiamento, qualcosa si inceppa. Rimandiamo, ci distraiamo, facciamo scelte che non ci somigliano. E poi ci diciamo: “Non capisco perché lo faccio”. Quello che chiamiamo autosabotaggio è spesso proprio questo: una serie di comportamenti, più o meno consapevoli, che ostacolano ciò che desideriamo. Non è mancanza di volontà. Non è neppure semplice “pigrizia”. È qualcosa di più sottile.
Quando il problema non è fallire, ma riuscire
Siamo abituati a pensare che la paura più grande sia quella di non farcela. In realtà, per molte persone, il nodo è anche un altro: e se invece ce la facessi? Riuscire cambia le cose. Porta con sé nuove responsabilità, aspettative, visibilità. Non è solo un passo avanti, è un cambio di posizione nel mondo. E questo, a volte, spaventa. Perché riuscire significa uscire da un equilibrio conosciuto, anche quando non è soddisfacente. Significa lasciare una zona familiare per qualcosa che non abbiamo ancora imparato a gestire.
Le storie che ci raccontiamo su di noi
Molte delle azioni che ci bloccano nascono da idee profonde, spesso costruite nel tempo:
- “Non sono abbastanza capace”
- “Prima o poi scopriranno che non valgo”
- “Non merito davvero questa cosa”
Queste convinzioni si formano attraverso esperienze, relazioni, momenti in cui ci siamo sentiti giudicati, non visti o messi alla prova. Molto spesso dai nostri genitori. A quel punto, autosabotarsi ha una funzione precisa: mantenere una coerenza interna. Se dentro di me penso di non valere abbastanza, riuscire davvero creerebbe una frattura. E allora, senza accorgercene, facciamo in modo che quella frattura non avvenga.
Una forma di protezione (anche se non sembra)
L’autosabotaggio è lì per proteggerci. Proteggerci dal giudizio, dalla delusione, dal cambiamento, dalla possibilità di non essere all’altezza di ciò che arriva. In questo senso, anche bloccarci ha un senso. È una strategia, costruita nel tempo, che prova a tenerci al sicuro. Solo che, a lungo andare, il costo diventa alto: rinunciamo a possibilità, relazioni, parti di noi.
Quando ci accorgiamo che qualcosa si ripete
Spesso le persone arrivano a porsi questa domanda dopo aver notato uno schema che si ripete:
- relazioni che si interrompono sempre nello stesso modo
- obiettivi che si fermano sempre a metà
- opportunità che sembrano sfuggire proprio quando diventano concrete
All’inizio pensi che sia sfortuna oppure incapacità. In realtà è un modo di funzionare che si è costruito nel tempo e che continua a riproporsi, anche quando non serve più.
Da dove si può partire
Il primo passo non è “smettere di autosabotarsi” è iniziare a guardare questi movimenti con meno giudizio. Cosa sto cercando di evitare, davvero? Cosa cambierebbe se questa cosa andasse bene? Che idea ho di me quando mi avvicino a ciò che desidero? A volte, già queste domande aprono uno spazio diverso. Quando l’autosabotaggio entra in gioco, spesso non serve spingere di più. Serve capire cosa sta succedendo dentro. La nostra parte autosabotante non è il nemico, è una parte che ha imparato, nel tempo, che così è più sicuro. Comprendere se stessi e le proprie esperienze precoci è fondamentale per avere la possibilità di cambiare, rendendo l’autosabotarsi un atteggiamento non può necessario. La psicoterapia serve proprio a costruire un modo diverso di stare nelle proprie scelte, nei propri desideri, nei propri passi avanti. La psicoterapia non serve a smettere di autosabotarsi, serve a permettersi di riuscire.
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- Dott.ssa Valentina Benoni Degl’Innocenti, psicologa e psicoterapeuta (tel. 333.9639733)
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