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“Avrà mangiato abbastanza?”. Questa è una delle domande più frequenti che si fanno i genitori, in special modo le mamme.

Diciamo subito che ogni bambino ha una capacità innata di autoregolazione nell’assunzione di cibo in base ai suoi stimoli interni. Sono gli stimoli esterni che possono rovinare questa capacità o comunque alterarne il funzionamento. Quando il cibo diventa ricompensa, consolazione, strumento di potere, quando anche i genitori non si sanno autoregolare ecc. il bambino progressivamente perde l’abilità di riconoscere e dare ascolto alle sensazioni corporee legate alla sensazione di fame/sazietà.

La famiglia è fondamentale per modellare il comportamento del bambino verso il cibo: non si tratta solo di prevenire il sovrappeso, ma di permettere che le emozioni non si traducano in fame o in sazietà e viceversa, di educare ad una alimentazione sana ed equilibrata, di trasmettere regole di comportamento ecc.

Fin dalla nascita la bocca è per il bambino mezzo di sostentamento e di conoscenza. Attraverso la bocca il neonato sperimenta e conoscere ciò che lo circonda, tramite l’attività di portare alla bocca, di mordere e di succhiare, stabilisce una connessione tra alimentazione e sensazione di sazietà, grazie al ruolo mediatore della madre. Una connessione che fin da subito si traduce nell’equivalenza fra cibo e amore, specie se l’atto del mangiare è inserito in un contesto di relazione significativa. Questi iniziali momenti, modulati anche dalle esperienze successive, saranno un bagaglio informativo e conoscitivo che in età adulta darà significato al comportamento alimentare.

 

Educare il comportamento alimentare

Numerosi studi hanno dimostrato che la frequenza del pasto in famiglia durante l’infanzia è importantissima per lo sviluppo della personalità del bambino e la sua socializzazione: pranzare insieme permette la reciprocità emotiva, la coesione parentale, l’adozione di comportamenti salubri e adeguati ecc.

Pranzare insieme è anche un modo che hanno genitori per educare il comportamento alimentare, favorendo l’assunzione di determinati cibi, adeguate abitudini verso gli alimenti (varietà, quantità e modalità di ingestione ecc.). Non solo. Durante il pasto i genitori educano al rispetto delle regole (per esempio le regole rispetto alla lettura a tavola, a guardare la tv, ad usare il cellulare ecc.), dei valori, permettono la regolazione emozionale nell’attesa del cibo, promuovono una resilienza rispetto alle frustrazioni (accettare di mangiare un cibo che non ci piace come altri, accettare di dividere il pasto, accettare di non alzarsi da tavola ecc.).

Il pasto è quindi occasione di scambi comunicativi e “spazio-tempo” dell’educazione. I genitori progressivamente vogliono promuovere l’autonomia del bambino nell’assunzione del cibo, valutano quello che è adatto o meno alla sua età, quello che è salutare, stabiliscono le norme di comportamento a tavola e le regole di nutrizione (orari, luoghi, varietà, composizione e qualità dei cibi ecc.). Il pasto è un momento dalla valenza affettiva, può essere un momento piacevole e anche momento di confronto (a volte di scontro) tra la funzione normativa genitoriale e le istanze del bambino.

 

Lo sviluppo del comportamento alimentare ovvero come si mangia alle diverse età

Tutto inizia con l’allattamento (al seno o al biberon). Cibo, odore, suoni e movimenti della madre ecc. sono l’ambiente in cui si costruisce il legame tra mamma e il bambino. Avere disponibilità, essere riposati, non avere fretta costituiscono buone prassi, non sempre realizzabili, da seguire durante l’allattamento. L’educazione alimentare inizia proprio da qui: si dovrebbe infatti aver cura di dare la poppa al neonato in risposta allo stimolo fisiologico della fame e non per altri bisogni (consolazione, coliche ecc.).

A sei mesi circa il bambini inizia di solito a stare seduto e assume naturalmente quelle posture che gli consentono sempre di più la manipolazione del cibo. È infatti intorno a questa età che si inizia a introdurre nella sua dieta anche altri cibi oltre al latte materno: nuove consistenze, nuovi sapori, nuove modalità di assunzione, nuovi tempi modificano lo spazio-tempo dei pasti. A sedere sul seggiolone ora il bambino si nutre guardando chi lo sta imboccando, ma anche ciò che gli sta intorno. Può toccare, familiarizzare con il cibo, giocarci, assaggiare per conto proprio. Progressivamente potrà scegliere cosa e come mangiare. Con le acquisizioni fini-motorie (presa a pinza) il bambino sarà in grado di portare alla bocca da solo i cibi e il bicchiere con l’acqua.
I bambini devono poter pasticciare con le mani e anche sporcarsi la faccia e la testa! Sono momenti in cui le cucine si sporcano, le lavatrici si fanno sempre più frequentemente e i tempi dei pasti si dilatano per tutti. Agli adulti occorre pazienza e dedizione.

Verso i nove mesi, a volte anche prima, il bambino inizia a dimostrare interesse non solo per il cibo nel piatto ma anche per il cucchiaino: chiede di fare da solo anche se ancora non è in grado di usare le posate. Anche in questo caso è bene lasciarlo sperimentare. Di nuovo la pazienza è d’obbligo. Solo permettendo al bambino di crescere anche a tavola il suo rapporto con il cibo sarà adeguato.
Intorno all’anno (quasi) tutti i bambini sono in grado di mangiare (quasi) tutti gli alimenti, frequentemente in autonomia. È importante che il bambino, già abituato ad una regolazione di 4-5 pasti giornalieri, arrivi a tavola con un senso di fame e che l’adulto lo aiuti a riconoscere questa sensazione.
Quanto più il bambino mangia a tavola con gli adulti, pure in età molto precoci, quanto più la condivisione dei pasti promuoverà le sue abilità e la sua autonomia. Progressivamente andrà introdotto l’uso delle stoviglie e la possibilità di servirsi da soli, in modo da stimolare il bambino a riconoscere la giusta quantità del cibo da mettere nel proprio, cioè a valutare quanta fame ha.

Tra i 4 e i 5 anni stare a tavola è ormai una consuetudine. Se il suo rapporto con il cibo è stato ben regolato e educato difficilmente il bambino darà problemi in futuro.

 

Educazione alimentare e non solo

È bene ricordare inoltre che il pasto non è momento solo di educazione alimentare, ma di educazione in senso lato. Quando ne avrà le capacità potrà aiutare ad apparecchiare e sparecchiare, rimettere a posto ecc. Sia che sia un maschio che una femmina: troppo spesso nella nostra cultura ancora si assiste ad una distinzione di ruoli insensata e diseducativa. Così pure starà a tavola senza alzarsi, senza girovagare, conversando con gli adulti che avranno cura di considerarlo persona vivente e senziente e non un soprammobile.

L’educazione alimentare è un fatto relazionale tra il bambino e l’adulto. Al genitore spetta il compito di ascoltare i bisogni del bambino, promuoverne lo sviluppo, fornire affetto e amore e con essi regole e confini.

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  • dott.ssa Marta Mani, Pedagogista Clinico® (Contatto diretto Tel. 3479460319)

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