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La disprassia è la difficoltà di una persona ad eseguire una serie di atti motori coordinati per un’azione finalizzata. Tale difficoltà emerge quando il processo neurologico corticale di simbolizzazione dell’azione non giunge adeguatamente a maturazione. Vediamo cosa vuol dire in pratica:

Lo sviluppo delle prassi (abilità)
Fino ai 4 circa il bambini non deve porre troppa attenzione al tipo di movimento che sta facendo. Più tardi, grazie all’apprendimento per prove ed errori e all’imitazione, il bambino consolida le proprie abilità automatizzandole. In sostanza non avrà più bisogno, per realizzare determinati atti, di una attività intenzionale. Dai 5 anni in poi la motricità si fa sempre più precisa e corretta, il movimento diviene ordinato e armonico e il bambino mostra una crescente padronanza del proprio corpo.

La disprassia: che cosa è?
Mai visto un bambino goffo, che inciampa spesso, che “smussa” gli angoli di porte e tavoli, scoordinato, che non riesce a seguire un ritmo ecc.? è possibile che quel bambino possa essere considerato, seguendo i parametri dei manuali diagnostici, una caso di Disturbo Evolutivo Specifico della Funzione Motoria o Disturbo della Coordinazione.
La disprassia in genere si manifesta ed è chiamata di conseguenze disprassia:

  • motoria: quando il problema riguarda la motricità grossa e quella fine
  • verbale: quando il problema riguarda i movimenti degli organi del linguaggio
  • oculare: quando il problema riguarda la muscolatura degli occhi

Come intervenire in caso di disprassia
Innanzi tutto non bassa fermarsi alla manifestazione più eclatante delle cose. Occorre una analisi dettagliata delle inadeguatezze e delle abilità possedute per poi procedere ad un percorso che aiuti l’evoluzione globale della persona. “Globale” significa che essere ammaestrati con una serie di esercizi (per esempio infilare bottoni, abbottonare cc.) non basta: bisogna infatti

  1. dare l’occasione di  far vivere alla persona l’aggiustamento globale ritrovando intenzioni e motivazioni al raggiungimento, non solo motorio, degli obiettivi;
  2. alimentare il processo cognitivo che dalla pianificazione si traduce con la programmazione e poi con l’esecuzione dell’atto;
  3. consentire, attraverso un processo di relazione con l’ambiente, la costruzione delle prassie e il consolidamento delle volontà.

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