Disgrafia: quando mio figlio scrive male
Molti genitori inorridiscono di fronte ai quaderni dei propri figli: disordinati, illeggibili, confusionari, scritti con un segno tutt’altro che bello a vedersi. Quaderni che raccontano di una difficoltà, quella di produrre e comunicare adeguatamente attraverso l’espressione segnica, che si ritrova dunque in ogni occasione del lasciare traccia, ossia nei vari momenti in cui il bambino incide, disegna, dipinge o scrive.
Lo studio delle modalità per assicurare una maggiore spontaneità al gesto è esistito da sempre e sicuramente è stato incentivato in questi ultimi anni, anche perché il numero dei soggetti che si mostrano carenti nella produzione segnico-grafica è assai elevato. L’impaccio nel lasciare traccia ha originato una specifica definizione classificatoria, “disgrafia”, ma non è tanto al disturbo che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione e il nostro intervento di aiuto, quanto alla persona, la quale deve trovare, anche attraverso l’esperienza gestuale e motoria, tranquillità emotiva, certezza, conoscenza e stima di sé, pilastri fondamentali su cui si basa un segno grafico ben tracciato.
Scrivere male è un segnale di disagio che il bambino invia, un campanello d’allarme al quale gli adulti devono prestare ascolto. Considerarlo con sufficienza e attribuirlo a svogliatezza o, peggio, alla “normale” caoticità del proprio figlio, significa non accorgersi delle sue necessità, non ascoltare ciò che sta dicendo, non tutelarlo adeguatamente. Anche perché lo scrivere male è soltanto un aspetto del disagio, che trova espressione in altre manifestazioni più o meno evidenti, un mosaico di difficoltà, fatto di piccole tessere, che devono essere osservate, quanto prima, nella globalità per mettere a fuoco gli elementi più utili ad un reale intervento di aiuto.
da Il Reporter (novembre 2011)
Lo studio delle modalità per assicurare una maggiore spontaneità al gesto è esistito da sempre e sicuramente è stato incentivato in questi ultimi anni, anche perché il numero dei soggetti che si mostrano carenti nella produzione segnico-grafica è assai elevato. L’impaccio nel lasciare traccia ha originato una specifica definizione classificatoria, “disgrafia”, ma non è tanto al disturbo che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione e il nostro intervento di aiuto, quanto alla persona, la quale deve trovare, anche attraverso l’esperienza gestuale e motoria, tranquillità emotiva, certezza, conoscenza e stima di sé, pilastri fondamentali su cui si basa un segno grafico ben tracciato.
Scrivere male è un segnale di disagio che il bambino invia, un campanello d’allarme al quale gli adulti devono prestare ascolto. Considerarlo con sufficienza e attribuirlo a svogliatezza o, peggio, alla “normale” caoticità del proprio figlio, significa non accorgersi delle sue necessità, non ascoltare ciò che sta dicendo, non tutelarlo adeguatamente. Anche perché lo scrivere male è soltanto un aspetto del disagio, che trova espressione in altre manifestazioni più o meno evidenti, un mosaico di difficoltà, fatto di piccole tessere, che devono essere osservate, quanto prima, nella globalità per mettere a fuoco gli elementi più utili ad un reale intervento di aiuto.
da Il Reporter (novembre 2011)